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Archive for 26 ottobre 2011

Vado pronunciando il tuo nome

e odo la mia voce,

lontana,

come se non fosse la mia

Ricordi che passano

mescolando immagini

e il suono della tua voce

con questa ferita

profonda che ti chiama…

e non rispondi.

Ti nomino,

sei luce

che illumina

per un istante

la mia coscienza

e poi…

il nulla,

la notte assoluta

e questo vuoto che mi fa soffrire

(Juan Baladán Gadea)


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Amo ogni tuo ciglio, ogni tuo capello, ti combatto in candidi corridoi

dove si giocano le fonti della luce,

ti discuto in ogni nome, ti strappo con delicatezza di cicatrice,

a poco a poco ti metto nei capelli cenere di lampo e nastri

assopiti nella pioggia.

Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia esattamente

quello che viene dietro la tua mano,

perché l’acqua, pensa all’acqua, e ai leoni quando si

sciolgono nello zucchero della fiaba,

e ai gesti, architettura del nulla,

le loro lampade accese a metà dell’incontro.

Ogni domani è l’ardesia su cui ti invento e ti disegno,

pronto a cancellarti, non sei così, neppure con quei capelli lisci,

quel sorriso.

Cerco la tua somma, il bordo del bicchiere in cui il vino si fa

luna e specchio,

cerco quella linea che fa tremare un uomo

nella sala di un museo.

E poi ti voglio bene, nel tempo e nel freddo.

(Julio Cortazar)


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Sotto questa poesia d’amore

si nascondono le macerie dell’odio.

Sebbene questa poesia si smentisca

presumendo essere un’apologia alla vita

con la sua flora esposta all’ospite

la sua piccola testa ornata di ghirlande,

il suo volto dalle mille facce, illuminata.

Dietro l’altra sua faccia

il fuoco, la lingua delirante

che ride come un angelo apocalittico.

Il male mi occupa lo spazio e il tempo

quando cerco inutilmente l’ossigeno

della sua parola

la sua mano dolente

la sua sacra occupazione.

I componeneti dell’odio

vanno liberi e invadono tutti i fronti

di questa poesia che annega.

È che qualcuno decide in questa ora

le nostre morti.

Decide come e quando

prenderemo la pozione di veleno.

Qualcuno impazzito

che si leva dietro le ombre

di questa poesia

prendendo il nome a dio.

Mentre dio batte i tappeti dalla polvere

nel suo tempio.

E non ascolta, sordo, la bomba a orologeria

che scoppia nelle vicinanze.

Questa poesia è caduta nelle mani

dell’odio delirante e si dibatte tra la vita e la morte.

Nella sua stessa casa oltragiata.

Difendo

il parlare d’amore

sebbene non sia il momento adatto

e sembri assurdo.

Altro sogno, una specie di zagara

che riempie d’acqua tutti i distributori

e che l’acqua segue il suo legittimo corso.

(Carmen Yáñez)

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