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Posts Tagged ‘Simona Vinci’

Il suo corpo è diventato quello di un estraneo,

anche se lo conosco meglio di tutti.

Inafferrabile e muto. Inutile. Non resta niente.

Anche della sua voce, che ho avuto così vicina,

ho dimenticato le sfumature.

O meglio, non le ho dimenticate, soltanto,

il mio cuore non sa più percepirle,

i ricordi si incastrano e si confondono.

Brillano qua e là alcuni fermoimmagine involontari.

Credo succeda a tutti:

restano ricordi che non ci interessano,

volti che non abbiamo amato,

momenti che non hanno avuto poi troppa importanza,

dettagli come una verruca, un neo peloso,

cose sgradevoli, inessenziali,

eppure stanno lì, ferme e lucide.

Incancellabili.

Chissà perché.

(Simona Vinci)

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Se non avessi avuto questo amore, non avrei mai conosciuto l’amore, mi dico.

Non ci sarebbe nessun ricordo capace di ferirmi così in profondità.

Forse semplicemente avrei continuato a non sapere niente dell’amore.

E invece, qualcosa lo so.

So che passa. So che finisce. Che ci delude. Che illude. Corrode. Che evapora.

Che è una pozzanghera d’acqua limpida, e poi sporca.

Che è un liquido fatto di umori corporei.

Che è cattiveria. Dolcezza. Che credi sia finito e poi torna. Che è indistruttibile.

Anche se si sfibra ogni secondo che passa.

So che è imprendibile. E che non si può dire.

 

(Simona Vinci)

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“Ci hai mai pensato?

Ci hai mai pensato?
Le persone con cui si riesce a stare in silenzio sono poche.
La gente pensa che stare insieme voglia dire parlare e così le parole diventano panico, imbarazzo, i vuoti sono momenti da riempire.
Stare in silenzio invece è pienezza, è condividere l’essenziale.
(Simona Vinci)

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Le ho scritto una lettera.

Mi è sempre piaciuto scrivere lettere.

Le parole sono un corteggiamento violento.

Entrano dentro la carne di chi legge.

Le parole scritte fanno paura.

Ho sempre pensato che quando si scrive

venga fuori il ritmo dell’anima;

quando si parla si mente, quando si scrive no.

Non è possibile.

E’ come tirare fuori da sè qualcosa di vitale e spaventoso,

come un organo spiaccicato sulla carta.

Incartare un fegato e spedirlo, questo è scrivere.

Non ricordo cosa le ho scritto.

So che volevo dirle qualcosa.

Volevo che sentisse con le mie parole,

che entrasse in una volta sola.

Che scivolasse rapida e pesante al centro.

Dritta dentro di me.

(Simona Vinci)

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